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Delega di funzioni e responsabilità civile del datore di lavoro  

sicurezza sul lavoro

  

La Cassazione, con ordinanza n. 12753/2019, rinnova il suo orientamento in punto di delega delle funzioni di controllo in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, non escludendo la responsabilità civile del datore di lavoro per l’infortunio di un dipendente. In particolare, ad avviso della Suprema Corte, la delega delle funzioni di prevenzione e protezione, e quindi anche del controllo sull’osservanza delle stesse, non esonera il datore di lavoro dall’eventuale responsabilità civile per l’infortunio.

(di Giuseppe Gentile, Coordinatore scientifico Centro studi Aniv)

 

 

Il punto controverso
La sentenza dei giudici di appello aveva assolto la società datrice di lavoro dall’accusa, formulata dall’infortunato, di aver omesso il controllo sull’osservanza delle misure di prevenzione, affermando che essa aveva delegato tale funzione di controllo al preposto al cantiere.
In giudizio era emerso che il ricorrente aveva subito un infortunio sul lavoro (consistente nel danno ad un occhio) nel mentre stava svolgendo un’attività alle dipendenze della società datrice di lavoro, convenuta in giudizio congiuntamente al legale rappresentante.
La Corte territoriale aveva ritenuto, ai fini che qui interessano, che doveva darsi per pacifico che l'incidente fosse avvenuto durante un’attività di lavoro dipendente, anche se non regolare, atteso che il danneggiato stava utilizzando un flessibile senza occhiali di protezione. Era da ritenere dimostrato, inoltre, che i dispositivi di protezione erano stati consegnati ai dipendenti ed era stata eseguita una corretta attività di informazione.
Parimenti, la Corte aveva escluso che la convenuta società ed il legale rappresentante potessero essere ritenuti responsabili dell'accaduto, atteso che, pur rivestendo quest’ultimo il ruolo di amministratore unico della società, il soggetto realmente preposto alla vigilanza ed al quotidiano controllo dei lavoratori era in realtà un altro dipendente, padre del convenuto. Pertanto, rivestendo quest'ultimo il ruolo di preposto, non era possibile ravvisare in capo al legale rappresentante della società la commissione di un illecito, essendo stato dimostrato che i dispositivi di protezione erano stati consegnati e che non vi era stata alcuna omissione di controllo sui dipendenti.

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CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza n. 18004 del 04-07-2019   

aula tribunale

  

Solidarietà contributiva negli appalti - Termine di decadenza biennale di cui all'art. 29 del D.Lgs. 276/2003 - Non si applica all'azione degli Enti previdenziali, soggetta alla sola prescrizione quinquennale.

(di Simona Di Cerbo, Centro studi Aniv)

 

Con la sentenza del 4 Luglio 2019 n. 18004 la Suprema Corte è intervenuta nella materia della solidarietà contributiva negli appalti, sancendo il principio secondo cui il termine di decadenza biennale, contemplato dall'art. 29, comma 2, del D.Lgs. 276/2003, non è applicabile all'azione promossa dagli Enti previdenziali, essendo la stessa soggetta alla sola prescrizione quinquennale.
In buona sostanza secondo i Giudici di Legittimità - che hanno guardato ad una interpretazione sistematica dei principi ordinamentali attraverso una esegesi della ratio legis che sottende il sistema stesso della tutela previdenziale – l’efficacia del termine decadenziale de quo non può estendersi anche a soggetti terzi, nella fattispecie l’Inps, i cui diritti pur traendo origine dal rapporto di lavoro (si sottraggono al termine di decadenza biennale e) restano soggetti esclusivamente al termine di prescrizione quinquennale. Ciò in quanto l’obbligo contributivo e quello retributivo rispondono ad una funzione diversa e sono distinti per natura, ambito di applicazione e rilevanza sociale.
Con una visione d’insieme della tutela previdenziale, la Corte sancisce altresì il concetto per cui la finalità della pretesa contributiva è volta alla soddisfazione di un interesse indiretto del lavoratore, ma che è interesse diretto della collettività, per il finanziamento del sistema previdenziale. (Cliccare sul pulsante qui sotto per leggere tutto l'articolo)

 

 

 

Corte di giustizia Ue - Orario di lavoro giornaliero

 

Secondo la Corte UE le imprese sono obbligate a registrare l'orario di lavoro giornaliero svolto da ciascun lavoratore. Si ritorna al registro presenze?

 

Corte di giustizia Ue

Nella controversia tra una banca e un sindacato spagnolo, la Corte UE, interpretando la Direttiva 89/391/CEE del Consiglio del 12 giugno 1989, con la sentenza del 14 maggio 2019 sancisce che l’orario di lavoro va misurato in modo «oggettivo, affidabile e accessibile» ogni giorno e per ciascun lavoratore. Saranno gli Stati membri a dover introdurre l’obbligo per i datori di lavoro di istituire un sistema che consenta la misurazione della durata dell'orario di lavoro giornaliero. Se recepita nel nostro ordinamento potrebbe significare il ritorno al vecchio registro presenze, magari in formato elettronico.

La sentenza

Comunicato stampa

 

 

 

 

Sentenza Foodora - Al rider la retribuzione sulla base del CCNL

 

La Corte d’Appello di Torino, sezione Lavoro, con la sentenza n. 26/2019,  ha riconosciuto il diritto per i riders a percepire la retribuzione prevista dal contratto collettivo di lavoro del settore Logistica e Trasporto merci.

(di Michele Martino)

 

riders

I riders sono i fattorini che consegnano a domicilio un prodotto ordinato tramite una piattaforma online di cibo a domicilio (ma non solo). Il datore di lavoro, però, non è il ristorante o la pizzeria che prepara il cibo da asporto, bensì la società proprietaria del sito internet, tipo Deliveroo o Foodora, solo per citarne qualcuna. In pratica, mediante una app o tramite il sito internet della società, i clienti possono consultare gli esercizi (es. i ristoranti), vicino alla posizione dove desiderano che sia consegnato il cibo. Quindi compilano un ordine ed aspettano che un rider (corriere munito di uno smartphone e di bicicletta o motorino) arrivi a consegnare il tutto.

L'attività svolta dai riders rientra nel vasto e poco esplorato ambito delle occasioni di lavoro offerte dalla c.d. economia digitale (gig economy, sharing economy), vale a dire tutte quelle (nuove) prestazioni lavorative collegate alla rete internet ed all'e-commerce. Sullo stesso argomento vedi:

La relazione su "L’evoluzione del diritto del lavoro nell’era digitale tra esigenze di flessibilità e nuove tutele" del Prof. G. Gentile, Avvocato Giuslavorista – Docente di Diritto del lavoro presso la LUISS di Roma, tenuta al Forum Aniv 2018 a Marina di Camerota

Tipico esempio di sharing economy è BlaBlaCar, una piattaforma web di car pooling che opera in 22 Stati e conta più di 25 milioni di associati, la quale consente a chi deve spostarsi con la propria macchina fra due località, più o meno distanti, di accettare, eventualmente, dei passeggeri a bordo, interessati a quel tragitto. Mentre Foodora è un tipico esempio di gig economy, un modello economico che implica l’erogazione di beni e servizi on demand, gestiti tramite una APP che stabilisce le tariffe e anche quanto debba percepire l'addetto alla consegna (il rider, appunto).

Furono proprio alcuni riders di Foodora ad aver intentato, per primi, una causa civile contro la società tedesca, dopo essere stati licenziati a causa delle proteste di piazza del 2016 tese ad ottenere un giusto trattamento economico e normativo. I lavoratori, assunti con un contratto di collaborazione coordinata e continuativa (a tempo determinato), avevano chiesto al Tribunale di Torino di accertare la natura subordinata del proprio rapporto di lavoro, la nullità del licenziamento e la corresponsione delle conseguenti differenze retributive. Il Tribunale del lavoro di Torino, nel mese di aprile 2018, ha respinto il ricorso ritenendo che i riders sono collaboratori autonomi non legati da un rapporto di lavoro subordinato con l’azienda (Sentenza n. 778 dell'11 aprile 2018). 

La Corte d’Appello, con la sentenza n. 26/2019, ha deciso invece di riconoscere ai lavoratori il diritto ad essere retribuiti sulla base del contratto collettivo di lavoro della logistica trasporto merci. Il pilastro normativo su cui poggia la decisione della Corte è fornito sostanzialmente dall'articolo 2 del D. Lgs. 81/2015, laddove prevede che "... dal 1° gennaio 2016 la disciplina del rapporto di lavoro subordinato si applica anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro."

La sentenza de quo potrebbe essere l'occasione per indurre Governo, Parti sociali e tutti gli altri attori che si occupano del mondo del lavoro, a sedersi intorno ad un tavolo per disciplinare maggiormente un settore dove occorre stabilire quali forme di tutela, quali regole, quali retribuzioni devono essere assicurate ai lavoratori dell'economia digitale e del complesso sistema che continuamente evolve intorno ad essa.

La sentenza

 

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CORTE DI CASSAZIONE - Gestione commercianti Inps e socio  accomandatario   new 1

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Gestione commercianti Inps - Iscrizione del socio accomandatario - Requisito della partecipazione personale al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 10087 del 24 aprile 2018, torna a ribadire che non è sufficiente rivestire la carica di socio (ancorché unico) accomandatario di una s.a.s. affinché insorga l'obbligo di iscrizione alla gestione autonoma commercianti INPS, ma occorre provare l'effettivo svolgimento di un'attività commerciale da parte del socio accomandatario. All'uopo richiama l'orientamento più volte espresso dalla stessa Corte (cfr. sentenze n. 3835 del 26/02/2016n. 5210 del 28/02/2017), secondo il quale nelle società in accomandita semplice, in forza dell'art. 1, comma 203, della Iegge n. 662 del 1996, che ha modificato l'art. 29 della Iegge n. 160 del 1975, e dell'art. 3 della Iegge n. 45 del 1986, la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l'obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza.

TESTO: "RILEVATO Che la Corte d'Appello di Venezia, con sentenza n. 224 del 2011, ha accolto l'appello dell'Inps e respinto quello proposto da Sandra Michielazzo così rigettando integralmente le opposizioni proposte dalla stessa parte avverso le diverse cartelle esattoriali notificatele adRILEVATO Che la Corte d'Appello di Venezia, con sentenza n. 224 del 2011, ha accolto l'appello dell'Inps e respinto quello proposto da Sandra Michielazzo così rigettando integralmente le opposizioni proposte dalla stessa parte avverso le diverse cartelle esattoriali notificatele adistanza dell'Inps e di S.C.C.I. s.p.a. aventi ad oggetto contributi, somme aggiuntive ed accessori dovuti alla Gestione Commercianti..."

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  CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza n. 8973 del 11-04-2018   

licenziato

  

Legittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo (riduzione di personale - contrazione dell'attività) dopo la scadenza dell’appalto.

Con la sentenza n. 8973 dell’11 aprile 2018 la Corte di Cassazione, ha stabilito la legittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo (riduzione del personale per contrazione dell'attività) di una dipendente di un'impresa di pulizie dopo la scadenza dell’appalto. Alla società è stata riconosciuta la validità del licenziamento a causa della effettiva (e non pretestuosa) diminuzione dell'attività lavorativa dovuta alla cessazione dell'appalto con l'Ente locale, in questo caso un comune del calabrese.

TESTO: "Fatti di causa - La Corte d’Appello di Reggio Calabria, in riforma della pronuncia del giudice di prima istanza, rigettava la domanda proposta da M.F. nei confronti di O.S.L. società cooperativa a r.l. volta a conseguire declaratoria di illegittimità del licenziamento intimato in data 26/10/2011 e la reintegra nel posto di lavoro con gli effetti risarcitori sanciti dall’art. 18 l. 300/70 nella versione di testo applicabile ratione temporis..."

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restituzione soldi 

CORTE DI CASSAZIONE - Ordinanza n. 8564 del 06-04-2018

Cassazione - La mera violazione dell’obbligo formativo non basta per il disconoscere le agevolazioni contributive relative agli apprendisti.

La Corte di Cassazione con l’Ordinanza n. 8564 del 6 aprile 2018 ha stabilito che dalla semplice violazione dell’obbligo formativo (mancata partecipazione alla formazione esterna) di cui all'art. 16 della  Legge n. 196/1997 non può derivarne il disconoscimento delle agevolazioni contributive relative agli apprendisti nè tantomeno è ammesso dichiarare la decadenza dalle agevolazioni in discorso per l’intera durata del contratto. Solo nel caso in cui, sulla base della concreta vicenda, l'inadempimento abbia un'obiettiva rilevanza, concretizzandosi nella totale mancanza di formazione, teorica e pratica, ovvero in un'attività formativa carente o inadeguata rispetto agli obiettivi indicati nel progetto di formazione e quindi trasfusi nel contratto, il giudice può valutare in base ai principi la gravità dell'inadempimento. E solo nei casi di inosservanza degli obblighi di formazione di non scarsa importanza, il giudice può arrivare a dichiarare la decadenza dalle agevolazioni in discorso e (finanche) la conversione del contratto di formazione lavoro o del rapporto di apprendistato in lavoro subordinato ordinario (cfr. Cass. sentenza n. 3344/2015 e n. 1324/2015).

TESTO: "Con sentenza numero 476/2012 la Corte d’appello di Firenze accoglieva parzialmente l’appello dell’Inps avverso la sentenza che aveva accolto il ricorso di (omissis) affermando che nulla fosse dovuto all’Inps a seguito della decadenza dalle agevolazioni contributive relative agli apprendisti contestata con, col quale era stato accertato che tre apprendisti dipendenti dalla (omissis) non avessero partecipato alla formazione esterna..."

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lavoro part timeCORTE DI CASSAZIONE - Ordinanza n. 8966 del 11-04-2018

Cassazione - Rapporto di lavoro a tempo parziale, il lavoratore ha diritto alla stessa retribuzione oraria spettante al lavoratore a tempo pieno.

La Corte di Cassazione con l’Ordinanza n. 8966 dell’11 aprile 2018 ha ancora una volta affermato il principio secondo il quale, in caso di rapporto di lavoro a tempo parziale, il lavoratore ha diritto alla stessa retribuzione oraria spettante al lavoratore a tempo pieno (a parità di mansioni e livello) e non può essere penalizzato con una retribuzione oraria inferiore a causa del part-time. Nel caso in specie si tratta di una lavoratrice assunta con contratto di di lavoro part-time di 80 ore mensili, la cui busta paga era stata determinata dalla società applicando il divisore orario 170 a tutte le voci della retribuzione, mentre per i lavoratori a full-time tale divisore non era applicato alle voci fisse dello stipendio. La Corte ha richiamato il principio affermato dal D.Lgs. 25 febbraio 2000, n. 61 in attuazione della direttiva 97/81/CE relativa all'accordo-quadro sul lavoro a tempo parziale concluso dall'UNICE, dal CEEP e dalla CES.

TESTO: "La Corte d'appello di Milano con sentenza del 7/5/2012, in riforma della decisione del giudice di primo grado, accoglieva la domanda avanzata da (omissis) dipendente di (omissis) in virtù di contratto a tempo indeterminato a prestazione part-time a 80 ore mensili..."

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curatore fallimento

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza n. 7308 del 23 Marzo 2018

Cassazione - Fallimento, illegittimo il licenziamento intimato dal curatore fallimentare senza attivare la procedura collettiva di riduzione di personale ex Legge n. 223/91.

Illegittimo, in caso di fallimento, il licenziamento intimato dal curatore fallimentare senza attivare la procedura collettiva di riduzione di personale prevista dagli art. 3, 4, 5 e 24 della Legge n. 223/91. In tale contesto il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno commisurato alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento a quello della (teorica) reintegrazione.

TESTO: "Con sentenza del 24 gennaio 2017, la prima sezione civile della Corte di Appello di Napoli ha confermato la sentenza del Tribunale di S. Maria Capua Vetere che aveva respinto la domanda proposta da P.A. di ammissione al passivo del fallimento della Spa (*) fondata sul fatto che, in seguito alla dichiarazione di fallimento del 21 ottobre 1999, non aveva più percepito le retribuzioni ed era stata poi licenziata dalla curatela con lettera del 15 marzo 2002, recesso poi dichiarato "inefficace" per violazione della l. n. 223 del 1991 con sentenza passata in giudicato..."

 

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